Archivi del mese: febbraio 2008

buio

Un buio pesto carico di rabbia.
E anche se riparto, tutto questo mi accompagna.

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Stand-by

Una decina di giorni intensi (e faticosi), ricchi di impegni e cose da fare, con qualche punta memorabile.

Lo scorso weekend in primis, con la prima uscita seria di scialpinismo in Val Sarentino, e sensazioni esaltanti in salita (un 1000 metri di dislivello sotto un sole primaverile) e sopratutto in discesa: powder nel bosco e excellent riding!

Peccato che tra mezze influenze (riscaldamento spento in ufficio) e mille cose da fare, novità e pressioni, l’esaltazione e il senso di libertà della montagna se ne siano andati ancora una volta in un batter d’occhio. C’è voluto questo weekend allora per ricaricare le pile e stare bene, e ora si attende il prossimo tour sulle nevi, next week in Austria… nel frattempo…

ROCK ON!
scie

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Dialogo surreale tra quattro mura

ore 22.47. Ancora pochi gradini e sarò a casa. Mi tolgo i guanti, rovisto nella tasca destra in cerca delle chiavi, inserisco la prima nella toppa. 2 giri e passo alla seconda. Cloc cloc. Apro. L’idea di togliermi stivali e giacca, di appoggiare lo zaino per terra e abbozzare una cena con quel che offrono frigo e dispense è davvero un sollievo. Spalanco la porta, entro, ancora al buio.

“Dove cazzo sei stato?”
Rimango interdetto, non capisco. Mi fermo un attimo.
“DOVE – CAZZO – SEI – STATO?”, ogni parola cadenzata, come un sasso lanciato.
Mi chiedo se sia un sogno, se nel breve tragitto fatto abbia in realtà percorso un salto spazio-temporale, indietro di qualche anno. Ricordo un’accoglienza come questa quando ero un ragazzetto alle prime armi, e alle prime uscite. Il rientro fuori tempo massimo e la giusta reprimenda varcata la soglia di casa.
Ma non è questo il caso. Vivo da solo da troppo tempo, e le pareti sono indubbiamente queste.
Il mio silenzio non sembra soddisfare il mio interlocutore sconosciuto.
“Dove cazzo sei stato?”, ancora un volta, sempre più deciso.
Decido di scoprire cosa stia succedendo e accendo la luce.
Non c’è nessuno. Ma troppi dettagli sono fuori posto, girati verso di me, illuminati di una luce scura. Rabbuiati si direbbe. E dire che la lampadina a basso consumo dovrebbe già essersi scaldata.
“Pensi di rispondermi prima o poi? Voglio sapere dove cazzo vai ogni giorno, alle prime luci del giorno, e con chi cazzo passi il tuo tempo per rientrare a quest’ora!”

Non riesco a crederci. E’ la mia casa. Le sue pareti mi stanno parlando, le vedo sussultare ritmicamente al suono delle grida. E gli oggetti più importanti seguono le parole, annuiscono follemente. Sembra un incubo. E invece è reale.
Tentenno, chi risponderebbe alla propria casa senza alcuna perplessità? Poi trovo la forza di parlare:
“Ero al lavoro”
“Al lavoro? Dalle 7 di mattina alle dieci di sera? Ma chi credi di prendere in giro? Siamo stanchi delle tue bugie!”
“Ma… Lo giuro! Ero al lavoro!”
E’ una scena surreale. La mia casa è gelosa di me. E non mi crede. Oltretutto, penso, ho pure pulito solo due settimane fa!
“Lo so che hai un’altra”, mi dice. “Ma non siamo un albergo! Tutto è diverso ormai, non ti prendi più cura di noi, non passi il tuo tempo qui. Arrivi solo per dormire, una volta ogni tanto, o a fare la valigia. Ma noi siamo la tua casa, non lo capisci? Non puoi pensare che semplicemente lasciando il riscaldamento acceso e scaldandoci noi non si avverta la tua mancanza! Allora, diccelo forza, hai un’altra?”.
E’ possibile tutto ciò? La mia casa crede che io abbia un’amante.
“Dovete credermi, è il lavoro la mia amante”, imploro.
Mentre rispondo, mille immagini si susseguono a velocità supersonica, come in un flash. Mi accecano. Immagini delle mie ultime settimane, dei miei viaggi, delle mie corse frenetiche. Non so come, ma alcune di quelle immagini non sono realmente immagini, sono rappresentazioni dei miei stati d’animo, del mio umore nei giorni appena passati. E’ la mia casa a farmi tutto ciò? Quel flash rapidissimo mi lascia interdetto, pensieroso.
In quel silenzio, eccola di nuovo.
“Non prendi in giro solo noi, sai? Non capisci che prendi per il culo anche te stesso? Non sei tu ad avere un’amante. TU SEI L’AMANTE”.
Non può essere che la mia casa, penso. Il tono sbroccato e le parole schiette mi rispecchiano, è come se la mia immagine riflessa avesse deciso di vivere di vita propria per qualche istante e prendermi a schiaffi.
“Anzi, a voler essere sinceri, forse hai già superato quella soglia, sei molto peggio”.
Questa volta la voce viene da un punto preciso, tre passi davanti a me. La cornice con la nostra foto è sulla mensola, come sempre, ma girata verso il basso. Provo a rialzarla e guardarla negli occhi, ma non riesco a sollevarla.
“Non ci pensare neppure. Non sperare che io torni a guardarti negli occhi finchè sei così”.
“Così come?!”
“Così. Così…. TROIA. Ecco cosa sei, ormai, una troia che si fa sbattere in giro senza nessuna cura per le proprie cose più care, per i propri affetti, per la vita”.
?!La mia casa, i miei oggetti più cari, i miei ricordi, mi stanno dicendo che sono diventato una TROIA?! Stiamo scherzando vero?!
“Non pensate di esagerare?” – ribatto – Cosa c’è di strano in fondo? E’ il mio lavoro. Certo, è stancante, porta via tanto tempo, ma è normale, e in fondo è grazie a lui se posso avervi con me, se – sempre meno spesso devo ammetterlo – posso permettermi di prendervi qualche regalo e qualche nuovo amico. E poi la sera stiamo insieme, non è così male no?”.
Non faccio a tempo a finire la frase che squilla il telefonino. Sarà lei? O i ragazzi vorranno propormi una serata tra amici?
“Ciao, sei già a casa?” – dice la voce dall’altro capo del filo – “Ti ho appena mandato una e-mail con il programma dell’incontro di domani. C’è bisogno che mi prepari una presentazione da inserire nei materiali per gli ospiti. 3 cartelle dovrebbero andar bene, ok? Ci conto”.
“Ma è notte, ormai, sono rientrato ora”.
“Lo so lo so, ma che vuoi farci, dovevo fare una telefonata poi ho chiesto e mi hanno confermato la cosa, allora in direzione chiedono di spingere sul tema e lanciarlo per bene ma che vuoi farci in queste faccende sei il migliore e ho subito pensato che non potevi essere che tu a prendere in mano questa partita sai è troppo importante e ce la dobbiamo giocare al meglio e allora ti ho chiamato. Non puoi dire di no lo sai come vanno queste cose”.
Silenzio….
……….
……….
……….
“Ok allora… Che template vuoi che usi? Qualcosa di classico o mi butto sull’high-tech?”

jesus

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Me always on the run

Me always on the run
police’s about to come

Me always on the run
it ain’t about them son

Me love and what I want
that’s everything that count

Me love and what I want
what makes me champion

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CCTV

Londra. Sono in hotel. Prendo possesso della mia camera, entro in bagno, e di fronte a me, al centro del muro (in un cubicolo 2×1) campeggia questa scritta: “Caution: floor might be wet”. Apperò! Siamo in bagno, non ci avrei mai pensato. Ironia della sorte, il cubicolo che ospita l’adesivo non ospita anche la doccia, unica possibile fonte di “pericolo”.

Informazione. Controllo. Se c’è un paese in cui davvero ci si avvicina alle caratteristiche futuristiche di tanti romanzieri (Huxley, Orwell, etc), questo è l’Inghilterra. Quello che potresti definire controllo sociale è evidente ad ogni angolo, in ogni ambiente. Dall’aeroporto ai mezzi pubblici, dalle strade ai pub. Si dovrebbero cominciare ad affiggere cartelli con scritto “No CCTV area” piuttosto che il contrario come avviene ora. Le telecamere ti seguono ogni istante, sono ovunque, e il Grande Fratello ti spia. Ma ancor più inquietanti sono le migliaia di cartelli e informazioni che assediano vista e udito. Avvertenze totalmente futili, ripetute all’infinito da voci lontane, preregistrate e affatto convincenti. Il segnale che ti dice di usare la crema solare in spiaggia. Quello nella metropolitana che ti intima di usare le scale solo in caso di emergenza, perchè sono ben 70 gradini. I mille adesivi che segnalano: “CCTV premises”, “No drinking zone”, etc. Fino all’assurdità del monito nel mio bagno d’albergo. Siamo in un paese che sta bene ma si nutre delle sue paure, vuole essere accudito come un bambino piccolo, cui si deve dire tutto.

Trovo tutto ciò davvero singolare. E’ differente dalla super-eroicità americana. Negli USA hai la percezione del nemico alle porte, da tenere fuori ad ogni costo, ma internamente la società ti lascia discretamente libero, o quantomeno rimane nell’ombra. Qui lo stato si fa ragione, si impone ai suoi cittadini, che tutto sommato ne accettano le regole. Peccato che scivolando in un bagno “bagnato” si possano imparare tante cose, e sbattendo la testa a volte si possa ritrovare la ragione perduta.

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